“La separazione delle carriere compromette l’indipendenza della Magistratura". A sostenerlo, aderendo allo sciopero proposto dall'Associazione Nazione Magistrati (Anm) è l’80% di tutti magistrati italiani che oggi, giovedì 27 febbraio, sono scesi in piazza e nelle aule dei tribunale indossando la toga e la coccarda tricolore per “difendere la Costituzione”. Tra loro, ci sono anche i magistrati palazzo di giustizia di Asti, la cui adesione è stata dell'89%.
Lo sciopero è stato indetto dall'Anm per dire “no" al disegno di legge presentato dal ministro della giustizia Carlo Nordio nel giugno scorso che, con una modifica il Titolo VI della Costituzione, prevede la separazione delle carriere per i magistrati e lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm). Stamattina, alle ore 12, a un'assemblea aperta al pubblico, davanti a una cinquantina di persone sono intervenuti il pubblico ministero Stefano Cotti e i giudici Alberto Giannone e Beatrice Bonisoli. Anche il procuratore Biagio Mazzeo, raggiunto al telefono dal nostro giornale, spiega che l’adesione all'iniziativa dei pubblici ministeri è stata coesa. “Speriamo in bene…” ha commentato ironicamente.
La riforma proposta dal ministro Nordio nel giugno 2024, prevede che, oltre ad avere carriere separate, pubblici ministeri e giudici vengano 'amministrati' da un doppio Csm. Ma cosa significa questo?
Oggi i pubblici ministeri e i giudici, che sono magistrati, fanno parte di una sola carriera: il concorso per accedervi è il medesimo e godono delle stesse garanzie. Il loro ruolo, però, è diverso: il pubblico ministero svolge le indagini, decide su un eventuale rinvio a giudizio dell’indagato e sostiene l’accusa nel processo; il giudice, invece, decide sul materiale probatorio offerto dal pubblico ministero e dalle difese, e sulle richieste avanzate, che ricomprendono assoluzioni e condanne.
Al momento, la carriera dei magistrati è unica e il passaggio tra la funzione di funzione requirente e giudicante è possibile solo una volta, entro 10 anni dalla prima assegnazione, per effetto della Riforma Cartabia del 2022.
"Abbiamo evidenziato la nostra posizione di assoluta contrarietà alla riforma, specificando che non si tratta di invadere il campo del Parlamento - spiega il sostituto procuratore, segretario Anm Stefano Cotti -, ma del sacrosanto diritto di prendere parte, prima ancora che come magistrati, come cittadini, a un dibattito di interesse pubblico. Sotto il profilo della separazione delle carriere, abbiamo sottolineato che è sbagliata la narrazione secondo cui difesa e Pm sarebbero due soggetti che si contendono la vittoria. Il processo penale non è una partita di calcio, ma è il luogo in cui si cerca di accertare come sono andati i fatti e, nel nostro sistema, il Pm ha in comune con il giudice lo scopo di capire come sono andate davvero le cose, non di ottenere a tutti i costi la condanna (mente il difensore ha l'obiettivo di curare al meglio gli interessi del suo assistito); questa è una garanzia per tutti i cittadini e noi vorremmo che non si mettesse in discussione questo principio".
Attualmente, tutti i magistrati sono ‘amministrati’ dal Csm, un unico organo che si occupa di assunzioni, assegnazioni, trasferimenti e anche provvedimenti disciplinari, composto per un terzo da componenti eletti dal Parlamento e per due terzi da magistrati eletti dalla magistratura stessa. Con la riforma, oltre a volere due Csm, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, si vuole anche cambiare la modalità con cui i componenti vengono scelti, prevedendo che un terzo venga estratto da un elenco di persone scelte dal Parlamento stesso e che i restanti due terzi vengano invece sorteggiato, senza alcuna possibilità di scelta, tra i magistrati.
"C'è il rischio – prosegue il sostituto Cotti – che questa riforma incida sui rapporti tra i poteri dello stato, con un depotenziamento dell'autonomia della Magistratura. Abbiamo poi annunciato che nei prossimi mesi organizzeremo sul territorio iniziative informative aperte al pubblico, ovviamente in orario serale e a nostre spese. Teniamo a evidenziare che questa non è una difesa di 'casta': carriere unite o separate, sotto il profilo economico a noi non cambia niente. Se agiamo è perché vediamo davvero un rischio per la tenuta del sistema e riteniamo la riforma nel suo complesso costosa, inutile, finanche controproducente e pericolosa. Vorremmo invece che ci si concentrasse sui veri problemi della giustizia, quali la carenza di personale, infrastrutture inadeguate, applicativi informatici inadeguati; tutti aspetti su cui questa riforma non incide minimamente".